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Ep. 07 Lak Kai

MyFedesign Chiacchiere e Tea – un Podcast sulla Thailandia

Oggi vedremo insieme la frase “Lak Kài”, che descrive l’atteggiamento di chi fa un bluff, cercando di nascondere le proprie intenzioni o i propri errori, ma che ha origine in seguito ai numerosi “rapimenti” di galli da combattimento che avvenivano in passato.

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Buon ascolto (o buona lettura)!

Benvenuti sul podcast di MyFedesign. Io sono Fede, e sono qui per intrattenervi con qualche chiacchiera mentre sorseggio una buona tazza di tè caldo. Approfittatene per prendervi anche voi una pausa con me, oppure tenetemi come sottofondo mentre fate le faccende domestiche, o vi allenate, o fate qualche altra attività noiosa. In questa serie vi parlerò di alcune frasi e parole thailandesi particolari, perché non hanno una traduzione immediata, oppure perché non hanno un corrispettivo italiano. Se volete saperne di più sulla cultura thailandese, potete trovare altri post interessanti sul blog myfedesign.com. Ma basta perderci in chiacchiere, passiamo subito all’argomento di oggi.


La frase di oggi non l’ho sentita dire spesso, ma ogni volta che la sento mi fa sorridere. Si tratta della frase “Lak Kài” che si può tradurre come “fare finta di nulla”. Ad accompagnare la nostra chiacchiera, oggi, c’è un bel tè alla pesca. Si tratta dell’ultimo tè nero della mia raccolta, ed infatti nei prossimi podcast penso di portare tre differenti varianti di tè verde.

Questa volta ad ornare l’aroma del tè c’è il gusto delicato della pesca, ideale da assaporare freddo durante le calde giornate estive, aggiungendo qualche cubetto di ghiaccio.

La pesca non è un frutto facile da trovare in Thailandia, e sebbene in Italia sia un gusto molto conosciuto, qui mi è capitato diverse volte di incontrare un thailandese che non avesse mai assaggiato neppure le pesche sciroppate.

E, ammetto, non so se sia più il sapore avvolgente o la nostalgia dei tempi passati nella mia casetta nei dintorni di Torino, a convincermi ogni volta ad acquistare le bustine di tè nero alla pesca.


La prima volta che ho sentito la frase “Lak Kài” è stato durante una lezione di danza latino americano nella scuola d’arte vicino al primo ufficio in cui ho lavorato ad Hatyai.

Per combattere lo stress, e per fare un po’ di movimento fisico, mi ero iscritta a questo corso e ricordo che l’insegnante volle cominciare a insegnarmi la salsa.

E fu proprio durante queste prime lezioni che le ho sentito farmi i complimenti dicendo che avevo la giusta attitudine, perché quando non ricordavo cosa fare o sbagliavo qualche passo, invece di bloccarmi sul posto, continuavo a seguire la mia partner, ovvero la maestra di danza, finché non riuscivo a compiere i passi a tempo di musica, facendo del “Lak Kài”.

All’epoca il mio thailandese era molto basico, e ammetto che non capii subito le parole che mi disse, sebbene avessi afferrato il concetto. L’unica parola che mi sembrava di aver capito era “Kài”, ovvero “gallina” o “pollo” o “gallo”, come la prima lettera dell’alfabeto thailandese.

Nella mia testa, quindi, l’idea del “fare finta di niente” quando si facevano degli errori durante il ballo, ovvero continuare a ballare nonostante si fosse sbagliato qualche passo, cercando di non far capire a chi ci guarda degli errori commessi, era associata all’idea di una gallina che aveva fatto un qualche disastro e, nonostante ne fosse consapevole, continuava a camminare per l’aia con aria incurante.

(Sì, lo so, ho una fervida immaginazione).

Ho poi scoperto che si poteva tradurre Lak Kài come “bluffare”, ed in effetti nei film ambientati nei casinò molto spesso si parla di “Lak Kài” quando si parla di ingannare qualcun altro al tavolo da gioco e in altre situazioni.

In senso stretto quindi Lak Kài è far credere a qualcuno una certa cosa anche se non è vero. Lak Kài può essere anche utilizzato come sinonimo di “arrampicarsi sugli specchi” o “salvare la faccia”.

Facendo qualche altra ricerca, ho scoperto che questa parola nasce nell’epoca in cui i thailandesi allevavano polli in grandi quantità e questi animali avevano un grande valore non solo per le uova, ma anche per i combattimenti di galli. In quel periodo capitava spesso che i ladri si appostassero vicino alle fattorie per rubare i galli alla prima occasione, e furono proprio questi eventi a portare alla creazione della frase “Lak Kài” (ลักไก่).

Qualcuno potrebbe stupirsi, ma anche ai giorni nostri il combattimento tra i galli è ancora uno sport molto seguito, sebbene ci sia una legge del 2014 che dichiara illegale i combattimenti fino alla morte.

Esiste una razza di galli, i Kài Chon (ไก่ชน), il cui nome si può tradurre proprio come “gallo combattente”. La loro origine si può far risalire alla Thailandia del Nord e al Myanmar, o Birmània, o Birmanìa.

I combattimenti di galli erano famosi sia tra la popolazione sia alla corte reale, e sono molti i contadini ad allevare galli appositamente per quest’attività. I galli vengono tenuti separati gli uni dagli altri, e lo spazio in cui stanno è delimitato da una cupola di bambù intrecciato o realizzato con una rete metallica.

Ai giorni nostri, più che nei combattimenti, i Kài Chon sono visibili nelle competizioni di bellezza, seguite spesso anche da molti stranieri. Non è inusuale che un gallo particolarmente lodato dai giudici riceva ottime offerte per l’acquisto da persone provenienti dalla Malesia, Singapore, Indonesia, Laos, Kuwait, e paesi arabi.

In questi paesi infatti si tengono spesso dei veri e propri combattimenti tra galli, e quindi non deve stupire il fatto che queste persone siano sempre alla ricerca di nuovi combattenti.

Nei film e nei telefilm thailandesi ambientati nel passato, può capitare spesso di assistere a dei combattimenti tra galli, ma nella realtà non è così facile vederne uno con i propri occhi.

Diciamo che, facendo qualche altra ricerca, ho scoperto che la maggior parte dei galli da combattimento thailandesi, se partecipano a delle competizioni che non sono quelle di bellezza, ma sono appunto dei combattimenti tra galli, lo fanno specialmente in Laos o nei paesi limitrofi.

E facendo qualche altra ricerca su Google, non si capisce bene come si pone la Thailandia nei confronti di questi combattimenti.

Nel senso che il vero problema per la legge non è il combattimento di animali in sé, bensì le scommesse legate a questi eventi.

La legge del 2014 di cui vi ho accennato prima infatti dichiara illegali i combattimenti di animali fino alla morte, ma non si esprime chiaramente sull’organizzazione e gestione di questi eventi.

Non perché la vita di questi animali non sia importante, ma perché uno dei problemi che colpisce i thailandesi riguarda la tendenza a scommettere soldi su qualsiasi cosa. E i combattimenti tra galli, più che un momento di intrattenimento, porta con sé un giro di scommesse molto ampio.

Per farvi capire la situazione riguardante il gioco d’azzardo, vi basti sapere che anche il possesso di un mazzo di carte in Thailandia può comportare dei problemi, in quanto esiste una legge che proibisce ad una persona di possedere più di un mazzo composto da 120 carte da gioco, a meno che non si sia registrato il mazzo al Dipartimento delle Accise.

Ed esiste una legge che permette agli ufficiali competenti di condurre delle indagini nel caso in cui trovino un mazzo di carte in possesso di un individuo. Non deve quindi stupire la presenza di diverse leggi per contrastare il gioco d’azzardo, emesse fin dal 1935.

E vi confesso, una delle cose più difficili che mi sono trovata a dover spiegare ai miei amici thailandesi è stato “perché gli stranieri giocano a carte senza scommettere nulla”. Per loro l’idea di “giocare solo per stare in compagnia e passare un po’ di tempo insieme” non aveva senso, per loro doveva esserci anche un qualche ritorno economico per rendere le cose interessanti.

E queste brevi conversazioni mi hanno sempre fatto sorridere, perché mi hanno fatto rendere conto come una cosa semplice come il gioco di carte possa essere considerato, da varie culture, in maniera diversa.


Ritornando alla nostra frase Lak Kài, c’è da sottolineare che c’è una sottile differenza tra “Lak Kài”, ovvero bluffare, e “koh hok” (โกหก) mentire. A seconda del contesto infatti il termine “Lak Kài” è solitamente più leggero.

Tornando all’esempio del ballo, se durante un’esibizione mi dimentico dei passi e improvviso, cercando però di non far notate l’errore, allora in quel caso posso parlare di “Lak Kài”, ma se invece vado in giro a dire a tutti di essere bravissima e di essere in grado di eseguire anche i passi più difficili ad occhi chiusi, beh, quello è decisamente Koh Hok, mentire.

Se in un progetto di interior design il falegname si trova davanti ad una nicchia storta, in cui un lato è più lungo dell’altro, si può fare del “Lak Kài” facendo qualche modifica per far sì che il mobile che vada inserito all’interno risulti perfettamente dritto, nonostante la nicchia non lo sia.

Si tratta di mentire? In un certo senso sì, ma ha comunque un peso diverso rispetto a presentare un preventivo con mobili in ottimo legno, e poi invece realizzare tutto in truciolato, all’insaputa del cliente.

Un’altra situazione in cui si può utilizzare il termine Lak Kài è quando ci si trova davanti ad una persona familiare di cui non ci si ricorda il nome e che sembra conoscerci molto bene.

In questi contesti è molto più spontaneo bluffare, facendo finta di nulla, intavolare la consersazione facendo attenzione a non dover mai pronunciare il nome della persona in questione, piuttosto che ammettere immediatamente che non si ha la minima idea dell’identità della persona che ci sta davanti.

Forse potremmo dire che Lak Kai ha un’accezione meno negativa, nel senso che non va a fare del “male diretto” a qualcuno. Ma, in fondo, temo che questa distinzione tra “Lak Kài”, bluffare, e “Koh Hok”, mentire, sia tutta questione di etica e valutazione personale in base ai propri principi.


E oggi, per concludere, una fiaba thailandese.

Piccola nota prima di cominciare: il verso del gallo qui in Thailandia non è “chicchiricchì” bensì “aek-ih-aek-aek”!

Lo so, sembra buffo, ma per un thailandese non ha senso che noi diciamo che i galli fanno chicchiricchì, perché loro dicono che, se si ascolta attentamente il suo più simile prodotto dal gallo è proprio “aek-ih-aek-aek”.

Ogni cultura ha i suoi versi di animali, e anche in Europa in realtà basterebbe spostarsi di stato per vedere come i versi degli animali cambiano di paese in paese.

C’era una volta, in una fattoria lontana lontana, un giovane gallo che ogni mattina svegliava il pollaio con il suo “aek-ih-aek-aek”! Un giorno, il gallo da combattimento che il fattore aveva portato da pochi giorni alla fattoria , sentendo quel verso, cominciò a cantare più forte, richiamando l’attenzione di tutti.

  • Non sei forte abbastanza per essere a capo del pollaio – sghignazzò il gallo da combattimento, commentando il verso dell’altro gallo – non solo non hai una voce potente, ma guardati: non hai un muscolo, e sei anche molto più piccolo di me… Questa fattoria avrebbe bisogno di un vero capo, di un gallo grande e potente, proprio come me!

Il giovane gallo gli rispose che forse non era il più forte, ma era sicuramente il più adatto e responsabile per occuparsi di galline e pulcini, ed era per quello che era stato scelto per essere il capo.

Il gallo da combattimento allora si lanciò contro il giovane gallo, e grazie alla sua stazza e alla sua forza non gli ci volle molto prima di battere l’avversario, che fu costretto ad allontanarsi ferito dall’aia.

Il gallo da combattimento alzò la testa in tutta la sua maestosità, e si scrutò intorno per vedere se qualcuno avesse qualcosa da obiettare. Ma galline e pulcini, avendo assistito alla lotta, rimasero in silenzio, consci della loro debolezza in confronto al gallo.

Il gallo da combattimento allora salì con un balzo sul tetto, e si dichiarò il nuovo capo della fattoria, emettendo un sonoro “aek-ih-aek-aek”.

Ma, alle sue spalle, richiamato da quel forte suono, ecco avvicinarsi un’enorme aquila, che lo agguantò in un batter d’occhio. Prima che potesse rendersene conto, il gallo da combattimento era diventato una preda, e non poteva fare nulla contro il suo nuovo avversario, che lo stava portando stretto negli artigli, su, in alto nel cielo.

Le galline e i pulcini rimasero spaventati da quell’evento, ma vedendo che l’aquila non stava prestando loro attenzione, tirarono un sospiro di sollievo perché si erano liberati di quel gallo dittatore. Dopodiché andarono a cercare il giovane gallo, per ridargli il posto che gli spettava.

Questa storia ci insegna che chi è forte non dovrebbe mai essere troppo superbo, perché anche se ha vinto una battaglia, non può mai sapere chi incontrerà in futuro.


Grazie per essere arrivati fino alla fine di questo episodio del podcast di MyFedesign.

Oggi abbiamo visto insieme la frase “Lak Kài”, che descrive l’atteggiamento di chi fa un bluff, cercando di nascondere le proprie intenzioni o i propri errori.

Se vi è piaciuta questa puntata e volete lasciarmi un vostro commento, potete trovare tutti gli episodi sia sul blog myfedesign.com sia nella playlist sul canale YouTube MyFedesign. E mentre sorseggio il mio ultimo sorso di tè, vi auguro buona giornata e spero di rivedervi anche nella prossima puntata.

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