Podcast sulla Thailandia, episodio 19 – Kwam Kao Rop – ความเคารพ

ragazza con tazza di tè in mano e titolo del podcast

MyFedesign Chiacchiere e Tea – un Podcast sulla Thailandia

Oggi vedremo insieme sul termine Kwam Kao Rop ( ความเคารพ ) che può essere tradotto come “Rispetto”, che ci ha dato l’opportunità di parlare del fatto di come il rispetto verso gli anziani sia alla base della cultura thailandese, e del conflitto che c’è tra rispetto ed età anagrafica. Senza dimenticare il soggetto che riceve il rispetto: quando porto rispetto a qualcuno, lo porto a quella persona specifica, come individuo, alla sua professione o ad entrambi?

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Buon ascolto (o buona lettura)!


Benvenuti sul podcast sulla Thailandia di MyFedesign. Io sono Fede, e sono qui per farvi un po’ di compagnia mentre sorseggio una buona tazza di tè.

Se volete potete approfittarne per fare una pausa con me, oppure tenermi in sottofondo mentre fate qualche attività noiosa, come allenarvi, lavare i piatti o pulire la casa.

In questa serie vi parlerò di alcune frasi e parole thailandesi particolari, perché non hanno una traduzione immediata, oppure perché non hanno un corrispettivo italiano, o ancora perché nascondono una curiosità riguardante la cultura thailandese.

Se vi interessano questi argomenti, sappiate che potete trovare altri post interessanti sul blog myfedesign.com, mentre se volete approfondire la lingua thailandese vi consiglio di passare sul nostro canale YouTube.

Ma ora, passiamo subito all’argomento di oggi.

La frase di oggi e il tè del giorno:

Il concetto di oggi è il rispetto, che può essere tradotto in thailandese con “Kwam Kao Rop”. Si tratta di un concetto molto complesso da spiegare, che toccherà ciò che sta alla base della cultura thailandese, e più in generale, delle culture asiatiche.

Ad accompagnarci oggi voglio presentarvi il Bubble Tea, o Boba Tea, un tè freddo divenuto molto popolare negli ultimi anni.

Il nome thailandese con cui è conosciuto questo tè è “Cha Kai Mook” ( ชาไข่มุก ) dal termine “Cha”, ovvero tè, e “Kai Mook” ( ไข่มุก ) che significa “perle”.

La particolarità di questo tè sono infatti le perle di tapioca presenti in esso. Quando si parla di Cha Kai Mook lo si può definire facilmente come uno snack-drink poiché può essere sia bevuto, sia mangiato.

Ovviamente ciò significa che le cannucce dei Bubble Tea hanno un diametro molto più grande rispetto alle normali cannucce, per permettervi di aspirare più comodamente le perle di tapioca.

Ma andiamo con ordine: il Boba Tea nasce a Taiwan negli anni ’80 ma è diventato popolare solo nell’ultimo decennio. Qui in Thailandia c’è stata proprio un’esplosione di bar con questi nuovi menù a base di tè, che hanno incuriosito tutti, grandi e piccini.

Il Cha Kai Mook può essere quasi paragonato come un cocktail a base di tè: le combinazioni sono praticamente infinite, e i menù possono variare di bar in bar, di paese in paese e di nazione a nazione a seconda degli ingredienti miscelati.

Possiamo suddividere il Boba Tea in due categorie primarie: i Cha Kai Mook Nom, ovvero quelli che hanno una base di tè e latte, e i Bubble Tea normali senza latte.

Poi è possibile scegliere gli aromi che si desidera: si possono combinare moltissimi sciroppi fruttati per avere un tè al retrogusto di fragola, mango, frutto della passione, kiwi, lynchee… oppure andare per qualche combinazione più moderna tipo i Cha Kai Mook Chocolate che sono realizzati mescolando la polvere di cacao con il tè.

Infine, è possibile scegliere il tipo di “topping” da aggiungere. Sebbene infatti il nome Cha Kai Mook dia per scontato che ci siano le perle di tapioca, in molti bar è possibile sostituirle con gelatine o anche con un budino al latte.

(E, tra parentesi, il migliore Cha Kai Mook che abbia mai provato era un Cha Chocolate con budino al latte: una combinazione un po’ infantile, ma assolutamente deliziosa!)

Di solito qui in Thailandia è anche possibile scegliere il grado di dolcezza del proprio Cha Kai Mook, solitamente tra tre livelli: poco dolce, normale e molto dolce.

Ma c’era un bar ad Hatyai, dove andavo spesso, che però aveva ben 5 livelli di dolcezza, permettendo così di avere una bevanda totalmente senza zucchero oppure una bevanda molto, molto dolce.

Questa distinzione di livello di dolcezza può variare a seconda del tè usato come base; come abbiamo visto nei precedenti podcast, esistono tè naturalmente dolci che non hanno bisogno di essere zuccherati, mentre ci sono tè dal sapore più forte che necessitano di essere addolciti un po’ per essere gustati da alcune persone.

La prima volta che mi sono trovata davanti ad un Cha Kai Mook mi sono ritrovata a masticare le perle presenti nella bevanda chiedendomi cosa fossero; il sapore era abbastanza insolito, e non riuscivo a collegarlo a nessun altro gusto conosciuto.

Facendo qualche ricerca, ho scoperto che si trattava di perle di tapioca, un derivato dal tubero della manioca e simile alla farina estratta dai cereali. Si tratta di un ingrediente usato spesso come addensante nei budini, e che può cambiare colore a seconda degli ingredienti aggiunti durante la preparazione delle perle.

Quelle dei Bubble Tea sono perle di tapioca dalla colorazione nera, dovuta alla presenza dello zucchero di canna. In alcuni bar, è possibile anche scegliere tra due differenti dimensioni di perle, ovvero 5 mm e 10 mm.

Insomma, recarsi ad un bar che prepara i Cha Kai Mook ci permette di variare combinazione ogni volta, per gustare un tè sempre diverso!

Rispetto e Kwam Kao Rop

Quando mi sono trasferita qui, una delle parole italiane di cui non riuscivo a trovare il corrispondente thailandese era “rispetto”. Ho provato ad usare diverse volte il termine inglese “Respect”, ma non mi sembrava che i miei interlocutori capissero davvero cosa intendessi dire.

Quando, molti anni più tardi, ho scoperto il termine Kwam Kao Rop ( ความเคารพ ) non sono riuscita immediatamente ad associarlo al significato di “Rispetto” che avevo in mente.

Kwam Kao Rop l’ho sentito usare sempre in contesti molto formali, e la prima volta che l’ho incontrato era scritto in un documento di tribunale, apposto subito prima della firma dell’avvocato.

Inizialmente pensai che fosse una qualche frase di circostanza, come “in fede” o “cordialmente” che si mettono alla fine di lettere, email e altri documenti cartacei.

La frase precisa era “Duay Kwam Kao Rop” ( ด่วยความเคารพ ) e si poteva tradurre come “con rispetto”.

Ammetto che rimasi sbalordita dalla scoperta, non tanto per la parola in sé, ma perché finalmente, dopo tanti anni, avevo trovato la parola che cercavo!

Anche se, forse, si trattava più di un “pro-forma” per concludere il documento, e personalmente non avevo mai sentito usare quel termine nel gergo comune.

Cultura del rispetto per gli anziani

C’è da dire che in Asia il concetto di rispetto è praticamente radicato alla base delle varie culture dei diversi paesi. Ed in effetti non è un caso che in questa parte di mondo le varie culture dei diversi stati asiatici vengano spesso descritti come “cultura che porta rispetto per gli anziani”.

Qui è una cosa naturale e automatica portare rispetto per chi ha più anni di noi, fosse anche solo uno o due.

Ed in teoria la cosa ha anche senso: una persona che ha più anni di noi, avrà anche più esperienza alle spalle e potrà insegnarci qualcosa di nuovo, senza che noi dobbiamo sperimentarlo in primis sulla nostra pelle.

Ma se questa idea ha senso in teoria, nella pratica ci sono diversi elementi che vanno a complicare questo concetto. In primis, la mentalità: non sempre l’età anagrafica e quella mentale vanno di pari passo.

Mi è capitato di incontrare trentenni molto saggi, che avevano letto molto e che facevano attenzione non solo al mondo intorno a loro ma anche a ciò che accadeva nelle altre province e negli altri paesi del mondo, ed era perciò possibile fare anche discorsi filosofici e teorici molto interessanti.

Però mi è anche capitato di incontrare trentenni dalla mentalità ristretta, o che si limitavano a pensare che il mondo si limitasse semplicemente alla città dove avevano sempre vissuto e alle persone con cui avevano avuto a che fare fino a quel momento.

Ciò significa che può capitare di trovarci di fronte a qualcuno più in là con gli anni di noi ma che abbia meno esperienze alle spalle di noi in un determinato campo.

Non possiamo più parlare genericamente di saggezza ed età anagrafica in maniera correlata, perché questi due fattori non sempre vanno di pari passo.

Basti pensare ad esempio a come cambia la società: negli ultimi 20 anni la tecnologia ha fatto passi da gigante, e improvvisamente i giovani si sono trovati ad insegnare a chi aveva più anni di loro, ad esempio i propri genitori e nonni, ad usare un cellulare, inviare una mail o rispondere a un messaggio su Whatsapp.

Questo cambiamento nel modo di relazionarsi delle varie generazioni ha portato ad uno scompenso sociale complesso che ha fatto anche rivalutare il concetto di “Rispetto” agli occhi di molti, almeno per come la vedo io.

Ma andiamo con calma, e facciamo prima un piccolo passo indietro.

Kwam Kao Rop nei gesti e nel linguaggio del corpo

In Thailandia si può mostrare il rispetto in differenti maniere: non solo con i gesti e il linguaggio del corpo, ma anche, e soprattutto, con le parole.

Da una parte ci sono tutte delle regole implicite della cultura thailandese che possono risultare molto difficili da comprendere da chi osserva.

Ad esempio, sedersi ad un livello inferiore rispetto ad un adulto, o un anziano è considerato segno di rispetto verso quella persona. (Si tratta di un discorso simile a quello fatto sul blog parlando dei monaci buddisti e delle statue di Buddha, che non vengono mai posizionate direttamente a contatto con il terreno, ma sempre rialzate).

Toccare la testa di una persona di età superiore alla tua invece è considerato come una mancanza di rispetto, così come rivolgere i piedi verso una persona.

Se si deve dare qualcosa a qualcuno, per mostrargli rispetto si tende a portare l’altra mano a “reggere” la mano con l’oggetto.

Anche per salutarsi c’è un ordine preciso: solitamente i più giovani devono salutare chi ha più anni di loro in segno di rispetto, e solo dopo questa persona più anziana risponderà al loro saluto.

Insomma, tanti piccoli accorgimenti che però, ad un occhio occidentale, possono non aver alcun impatto emotivo.

Rispetto ed appellativi

Ciò che però può colpire sono i numerosi appellativi presenti nella lingua thailandese per rivolgersi a qualcuno.

Qui una persona non è mai un semplice nome, ma c’è sempre una parola ad accompagnare quel nome, o soprannome: l’appellativo.

In italiano non c’è una formula simile, se non ad eccezione dei nomi della classe clericale. Se si sta parlando con qualcuno di un determinato sacerdote, si parlerà di lui aggiungendo sempre il “don” davanti, ad esempio, vi potrei dire che i sacerdoti della mia parrocchia di Villar Perosa erano don Franco e don Roberto. Da noi non c’era nessuna suora, ma immagino che anche per rivolgersi a loro (o parlare di loro) si usi il termine “suor” davanti al loro nome. Così come quando si parla di papa Francesco si mette la parola “papa” davanti al suo nome.

Ecco, in Thailandia ci sono svariati appellativi che funzionano in questa maniera e che vengono utilizzati quotidianamente.

La cosa interessante è che, a seconda della persona con cui parliamo, questa si rivolgerà a noi in maniera differente a seconda del rapporto e del grado di rispetto che porta verso di noi, e viceversa. Usare un appellativo “sbagliato” può essere considerato una forma di non-rispetto.

Kwam Kao Rop e Nap Teu

Il mio personale problema con il termine “rispetto”, è che non mi è mai capitato di sentire parlare di “Kwam Kao Rop”. Se capitava qualche occasione in cui una persona mancava di rispetto ad un’altra, non ho mai sentito usare questa parola o frasi come “Mi stai mancando di rispetto” o “dovresti portarmi un po’ più di rispetto”, quanto piuttosto altre frasi, come

“Dovresti chiamarlo così” – se si usa un appellativo sbagliato
oppure
“Non dovresti comportarti così con un adulto”
ma anche
“Pijarana Tua Eng”

Ammetto che non capisco come, fino ad oggi, non mi sia mai capitato di incontrare questa frase se non in contesti politici, giuridici o burocratici.

Un termine che però ho sentito spesso è “Nap Teu” ( นับถือ ), che il dizionario mi traduce anch’esso come “rispetto”, ma che ho notato che spesso viene utilizzato più con un significato di “tenere in considerazione” o “avere fiducia in” piuttosto che rispetto.

Ed infatti “Nap Teu” è il verbo usato per indicare la propria appartenenza religiosa, anche se questo non è il suo unico utilizzo.

Se si va a guardare il dizionario thailandese, la correlazione tra queste due parole è però molto forte: Kwam Kao Rop è spiegato come “una manifestazione del Nap Teu”, mentre il Nap Teu è definito come “aver fiducia” oppure come “segno di Kwam Kao Rop”.

Cos’è il rispetto?

L’avevo previsto sin dal principio che questo non sarebbe stato un argomento facile: infatti non ho molte risposte da darvi riguardo il termine Kwam Kao Rop, però ci sono molte cose che mi hanno affascinato durante la ricerca del corrispettivo thailandese di “rispetto”.

Una frase che mi è rimasta impressa fino ad oggi è la seguente: una donna che, parlando con un giovane monaco, gli dice “le persone ti rispettano per via di quelle vesti. Anzi no, le persone rispettano quelle vesti, ma non te. Il rispetto te lo devi comunque guadagnare”.

Possono sembrare parole criptiche, ma fermandoci un attimo possiamo vedere come il termine “rispetto” sia molto ambiguo.

Se una persona ci mostra rispetto, lo fa nei confronti di noi come individuo o per via della carica che ricopriamo?

È possibile portare rispetto ad una persona, ad esempio un monaco, un funzionario pubblico, un insegnante, un dottore, non perché sappiamo che quella persona merita rispetto, ma semplicemente perché ci è stato insegnato che quel mestiere deve essere rispettato?

Il rispetto non è una cosa che viene data a prescindere: quando conosciamo qualcuno c’è sempre quel velo di curiosità e necessità di approfondire un minimo la conoscenza prima di poter “classificare” quella persona e decidere che tipo di rapporto avere con lei.

Un esempio lampante può arrivarci nuovamente dal mondo del lavoro: io porto rispetto al mio capo in quanto sarà colui che mi pagherà lo stipendio, ma con il passare del tempo, andando ad approfondire la conoscenza e cominciando a capire i suoi modi di fare e pensieri, il mio rispetto potrebbe mutare. Potrei comunque rispettarlo in quanto capo, ma non condividere lui (o lei) come persona e le sue scelte lavorative, o personali.

E questo esempio ci chiarisce anche la frase di prima: un thailandese porterà sempre rispetto ad un monaco, indipendentemente che lo conosca o meno. Attuerà tutti i comportamenti rispettosi da avere nei confronti dei monaci, ma ciò non significa che avrà rispetto di quel particolare monaco in quanto individuo.

Il rispetto di quel monaco in quanto individuo potrà arrivare dopo averci parlato, dopo aver ascoltato i suoi insegnamenti e valutato, consciamente o inconsciamente, il suo modo di fare, di parlare, di insegnare e di approcciarsi alle persone e alla vita.

Quindi la domanda sorge spontanea: quando qualcuno mi mostra del rispetto, lo fa per la persona che sono, o per il mio lavoro? E se qualcuno non mi porta del rispetto, lo fa per via delle mie idee o per la carica che ricopro?

E viceversa, se mostro del rispetto per la persona che ho davanti, lo faccio per l’individuo o per la carica che ricopre? E se invece non voglio, o non riesco, a portargli del rispetto, è per qualcosa che ha fatto o detto, o piuttosto per chi sta rappresentando in quel momento?

Kwam Kao Rop: un aneddoto personale

Vorrei spendere ancora due parole sul concetto di rispetto, dal punto di vista di una ragazza cresciuta in Italia che si è ritrovata a lavorare a stretto contatto con realtà thailandesi poco abituate ad avere a che fare con gli stranieri occidentali.

Non sono quel tipo di persona che sta zitta e dà ragione agli altri se qualcosa non mi convince, non se non ricevo alcun tipo di motivazione e non importa se chi parla ha più anni di me. Per questo motivo, sono stata spesso catalogata come “maleducata” e “Jai Ron” dai thailandesi.

Ovviamente, non mi riconoscevo in nessuna delle due definizioni, e la cosa mi ha fatto molto arrabbiare inizialmente. Poi mi sono resa conto che quello che veniva percepito come “mancanza di rispetto” dai thailandesi, era in realtà un approccio differente da quello a cui erano comunemente abituati.

Se il capo durante la riunione rinfacciava davanti a tutti che una cosa non funzionava, dando la colpa a noi, ero la prima ad alzare la mano e tirare fuori schemi e appunti per mostrare dove erano nate le difficoltà durante il progetto e tutti gli imprevisti che avevano rallentato i lavori.

Lo ammetto, un po’ era anche per giustificarmi, o giustificarci, a seconda dei casi, ma in realtà ciò che mi muoveva era quell’incapacità a rimanere in silenzio a ricevere delle accuse senza avere alcuno stimolo per poter risolvere la situazione (credo che abbiate potuto immaginare che carattere peperino ho sul lavoro già dal racconto che vi ho fatto in una delle puntate passate del podcast, in cui vi ho raccontato un aneddoto riguardante il progetto della macelleria).

Ed eccomi però venir tacciata di maleducazione perché magari avevo interrotto il discorso del capo, o perché avevo alzato la voce perché lui aveva cercato di parlarmi sopra, o peggio, perché avevo proposto un’idea diversa dalla sua.

E mi sono chiesta per diversi anni perché dovessi rimanere zitta e subire solo perché la persona dall’altra parte del tavolo aveva qualche anno più di me.

In più, se qualcuno che mi sta parlando sta partendo da delle supposizioni sbagliate, mi è sempre sembrato naturale interrompere per fargli notare che no, quello che stava dicendo non era corretto, e che quindi il suo ragionamento non aveva senso.

E invece mi è stato detto, diverse volte, che avrei dovuto lasciar finire l’altra persona di parlare, e solo dopo che aveva finito, fare la mia osservazione, anche se ciò significava perdere ore di tempo ad ascoltare una presentazione che non si reggeva in piedi per colpa di un’imprecisione alla base.

Ora lo riesco ad ammettere: sono sempre stata molto impulsiva, ho sempre avuto un tono di voce molto alto (soprattutto rispetto ai thailandesi) e sono stata spesso molto testarda su alcune cose nei miei progetti.

Ma c’è stato un tempo in cui non mi riconoscevo affatto nelle descrizioni che gli altri facevano di me. Finché non mi sono resa conto che, così come uno stesso concetto può essere percepito diversamente dalla cultura thailandese e dalla cultura italiana, così anche io, in quanto persona cresciuta in un determinato ambiente, con certe “regole e abitudini culturali” potevo venire percepita diversamente da una società con regole e abitudini culturali differenti.

E così, ho fatto l’unica cosa che mi è sembrata sensata fare: ho fatto un atto di “rispetto verso me stessa”. E ho dovuto accettare la realtà: okay, forse sono un po’ maleducata, almeno secondo gli standard di qui (forse anche secondo gli standard italiani, difficile dirlo, non ho avuto abbastanza esperienze lavorative con italiani per confermarlo). Non è stato facile fare questa ammissione, ma è stato un ottimo inizio per cominciare a lavorare su di me e su come volevo essere percepita in questa parte di mondo.

Alcuni di quelli che qui definiscono “difetti” li ho ancora, ma sto cercato di attenuarli un po’ in modo da risultare meno “aggressiva”. Non si tratta di adattare il mio io alla cultura thai, quanto sfruttare ciò che ho imparato dalla cultura thailandese per lavorare su me stessa e migliorarmi, in una maniera che, altrimenti, non avrei mai pensato.

Conclusione

Grazie per essere arrivati fino alla fine di questo episodio del podcast di MyFedesign.

Oggi ci siamo interrogati sul termine Kwam Kao Rop ( ความเคารพ ) che può essere tradotto come “Rispetto”, che ci ha dato l’opportunità di parlare del fatto di come il rispetto verso gli anziani sia alla base della cultura thailandese, e del conflitto che c’è tra rispetto ed età anagrafica. Senza dimenticare il soggetto che riceve il rispetto: quando porto rispetto a qualcuno, lo porto a quella persona specifica, come individuo, alla sua professione o ad entrambi?

Se vi è piaciuta questa puntata e volete lasciarmi un vostro commento, potete trovare tutti gli episodi sia sul blog myfedesign.com sia nella playlist sul canale YouTube MyFedesign.

E mentre sorseggio il mio ultimo sorso di tè, vi auguro buona giornata e spero di rivedervi anche nella prossima puntata.

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