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Ep. 15 – Buat – บวช

ragazza con tazza di tè in mano e titolo del podcast

MyFedesign Chiacchiere e Tea – un Podcast sulla Thailandia

Oggi vedremo insieme un altro termine buddista. La parola “Buat” (บวช) viene utilizzata per indicare quando qualcuno si fa monaco. Questa scelta di vita può essere permanente, ma più spesso si tratta di una vita monacale temporanea, che dovrebbe permettere di sviluppare alcune qualità come pazienza, compassione e capacità di valutare meglio le varie situazioni che si presentano nella quotidianità. Una specie di rito di passaggio dall’adolescenza (e tarda adolescenza) all’età adulta.

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Buon ascolto (o buona lettura)!


Benvenuti sul podcast sullla Thailandia di MyFedesign. Io sono Fede, e sono qui per farvi un po’ di compagnia mentre sorseggio una buona tazza di tè caldo.

Se volete potete fare una pausa con me, oppure potete tenermi in sottofondo mentre fate qualche attività noiosa, come allenarvi, lavare i piatti o pulire la casa.

In questa serie vi parlerò di alcune frasi e parole thailandesi particolari, perché non hanno una traduzione immediata, oppure perché non hanno un corrispettivo italiano, o ancora perché nascondono una curiosità riguardante la cultura thailandese.

Se vi interessano questi argomenti, sappiate che potete trovare altri post interessanti sul blog myfedesign.com, mentre se volete approfondire la lingua thailandese vi consiglio di passare sul nostro canale YouTube.

Ma ora, passiamo subito all’argomento di oggi.

La frase di oggi e il tè del giorno:

Il termine di oggi ci fa rimanere nell’ambito del buddismo; Buat è il termine corrispondente all’Ordinazione cristiana e si utilizza per indicare quando una persona prende i voti e comincia la sua vita da monaco.

Prima di approfondire l’argomento, vorrei parlarvi di un tè molto forte, l’Assam, il cui nome richiama la provincia indiana dove viene coltivato.

Si tratta di un tè nero dal sapore molto particolare, che avevo assaggiato un po’ per caso e che mi aveva stuzzicato, spingendomi a comprare una confezione di tè sfuso per potermelo preparare a casa.

Ma vi confesso che riuscire a fare una tazza “buona” non è stato affatto facile; per prima cosa, ho dovuto diminuire di molto la quantità di tè per l’infusione, per evitare che il tè venisse troppo concentrato.

Poi, per servirlo, ho dovuto aggiungere latte e latte condensato, come sono solita fare per preparare il Cha Thai.

L’Assam è infatti un tè nero con un alto contenuto di caffeina, e che è consigliato spesso come tè per la colazione. Il gusto ricco ha un sapore maltato davvero forte e unico nel suo genere, che qui ho visto spesso utilizzato per realizzare i bubble tea o boba tea, ovvero i tè con perle di tapioca, che in thailandese si chiamano “Cha Kai Mook” (ชาไข่มุก) dove “Cha” (ชา) significa tè, e Kai Mook “perle” (ไข่มุก).

I Boba Tea realizzati con l’Assam sono spesso dei tè con latte, perciò il nome thailandese aggiunge alla sua nomenclatura anche la parola “Nom” (นม) che significa appunto “latte”, diventando così “Cha Nom Kai Mook” (ชานมไข่มุก) ovvero il tè con latte e con perle di tapioca.

Farsi monaco in Thailandia

Una parola che si sente spesso in thailandese è il termine Buat (บวช), usato per indicare l’ordinazione dei monaci.

Una delle feste a cui può capitare di essere invitati è infatti il Ngan Buat (งานบวช) di qualcuno, ovvero la festa organizzata spesso dai genitori di chi si fa monaco.

C’è da dire che farsi monaco in Thailandia è un’usanza molto più diffusa di quanto si potrebbe pensare.

Questo perché l’idea di farsi monaco non è una scelta definitiva: nella cultura thailandese infatti è previsto che i figli maschi debbano vivere un periodo da monaco per dedicarsi alla meditazione e alla propria spiritualità prima di tornare alla vita “normale”.

Questo periodo è pensato per permettere agli uomini di sviluppare diverse qualità quali pazienza, capacità di valutare problemi e situazioni, e un po’ di saggenza in più.

Insomma, si tratta più di una parentesi per crescere mentalmente e spiritualmente che ad un vero e proprio cambio di vita.

Anche se è vero che, almeno in teoria, le esperienze vissute durante la vita da monaco diventeranno strumenti da usare anche nella vita di tutti i giorni.

Diciamo che può essere considerato una specie di rito di passaggio che segna la fine dell’adolescenza, pensato come periodo spensierato in cui è possibile sperimentare, ovvero fare errori e cercare di capire che taglio dare alla propria vita, a maturità, intesa come periodo appunto più maturo in cui si è effettivamente più adulti non solo nel fisico, ma anche nella mentalità.

Un periodo monacale… temporaneo

La cultura thailandese prevedeva che il periodo di ordinazione durasse almeno 3 mesi, ovvero corrispondente al periodo di quaresima buddista da Luglio a Ottobre.

Attualmente però, anche per motivi lavorativi, più spesso il periodo di ordinazione dura di meno. Non tutti infatti possono permettersi di prendersi 3 mesi di ferie dal lavoro – tenete conto che, diventando monaci, si mette in pausa la vita precedente, quindi non sarebbe possibile neanche lavorare a distanza.

In realtà durante la cerimonia di ordinazione è presente un momento in cui si chiude la vita precedente, facendo e dando Ahosikam (อโหสิกรรม), per poter fare una tabula rasa e ricominciare la propria vita a partire da quel giorno, basandosi sugli insegnamenti di Buddha.

Buat quindi non segna solo un evento, ma un cambio di stile di vita, a partire da un periodo di introspezione che viene giustificato e rispettato dalla cultura thailandese.

Immaginate di voler prendere una pausa da tutto per poter riflettere sulla propria vita e approfondire argomenti come la spiritualità tramite studi di testi e libri vari, oltre che a poter discutere di questi argomenti con monaci buddisti con più esperienza.

E immaginate che questa pausa venga compresa e condivisa dai vostri conoscenti, che in questo periodo vi “lasceranno in pace”, permettendovi di dedicarvi solo a voi stessi per un po’.

Solitamente il termine Buat si riferisce agli uomini, mentre il termine “Buat Chee” (บวชชี) è solitamente utilizzato per le donne che diventano monache e prendono le vesti bianche.

Ma al contrario degli uomini, le donne giovani che solitamente si fanno monache, sempre temporaneamente, lo fanno dopo una storia d’amore finita male.

E se da una parte il Buat Chee ha un retrogusto molto malinconico, dall’altro però permette a chi ha il cuore spezzato di trovare del tempo da dedicare a sé, e riprendersi da quella delusione cercando conforto nella meditazione e nell’approfondimento della spiritualità.

Per approfondire la figura delle donne monaco in Thailandia, ho scritto un post al riguardo sul blog – si tratta di un argomento molto delicato su cui mi piacerebbe saperne di più, ma non ho molte conoscenze personali a proposito.

Farsi monaco, ma per quanto tempo?

Ma torniamo un attimo al periodo del Buat: se il periodo previsto, almeno teoricamente, era minimo di tre mesi, attualmente si va da un minimo di 3 giorni fino a un mese – anche se ci sono ancora giovani che si fanno monaci per 3 mesi, o per alcuni anni.

Questa riduzione del periodo monacale, dovuto in primis dalla possibilità di prendere ferie dal lavoro, ha portato diversi monaci buddisti a sottolineare che il Buat non deve diventare un semplice rito a cui i giovani si prestano solo per “fare piacere alla famiglia”.

Ed in effetti, farsi monaco per 3 giorni potrebbe sembrare un po’ poco per riuscire davvero a capire la vita dei monaci.

C’è da ricordare che prima del Ngan Buat solitamente i giovani devono sottoporsi a dei colloqui coi monaci per dimostrare di conoscere le preghiere e organizzare l’adattamento alla vita monacale.

La routine dei monaci infatti prevede di svegliarsi poco prima dell’alba, per la questua o “Tak Baat” (ตักบาตร) per dirla alla thailandese, consumare un solo pasto al giorno e dormire molto presto.

Per adattarsi a questo tipo di vita spesso i giovani che stanno per farsi monaci possono passare qualche giorno al tempio per cominciare a modificare le proprie abitudini in maniera graduale e riuscire così ad adattarsi meglio alla routine che dovranno seguire durante il periodo monacale.

Il legame tra Buat e Buddha

Un’altra curiosità riguardante il “Buat” è inerente all’età in cui diventare monaco. Secondo la tradizione infatti i “Bun” (บุญ) compiuti durante il periodo monacale vanno in parte ai genitori, ed in particolare alla madre.

Questa credenza deriva dalla storia per cui Buddha si recò in Paradiso per insegnare il Dhamma a sua madre Maya, per permetterle di uscire dal ciclo delle rinascite.

Quest’azione compiuta da Buddha è riconosciuta come un Bun fatto nei confronti della madre, e questo gesto viene quindi riproposto nel Buat moderno.

Per questo motivo attualmente i giovani tendono a farsi monaco poco prima del matrimonio, perché si crede che una volta sposati, i Bun realizzati durante quel periodo andranno alla moglie e non alla madre.

Diciamo però che questa parentesi di vita monacale è spesso vista come preparazione per la vita matrimoniale; come abbiamo detto prima, durante il periodo in cui si vive da monaci ci si aspetta una maturazione della persona, e di conseguenza lo sviluppo di pazienza, comprensione, compassione e altre virtù che potrebbero tornare molto utili durante la vita di coppia.

La parabola buddista del serpente e del monaco

La storia di oggi è una parabola buddista che ci permette di vedere, tramite un esempio, come gli insegnamenti del buddismo possano essere applicati alla vita quotidiana.

C’era una volta, in un villaggio lontano lontano, un serpente temuto da tutti quelli che abitavano il villaggio. Il serpente infatti mordeva chiunque gli si avvicinasse: uomini, donne, bambini, animali… nessuno sfuggeva alle sue fauci.

Un monaco pellegrino, entrato nel villaggio, notò come tutti i suoi abitanti evitavano una certa zona, e, venuto a sapere delle abitudini del serpente di mordere chiunque, decise di andare a parlare con il serpente. Il monaco si avvicinò con calma alla tana del serpente, che non esitò a presentarsi nel sentire il rumore di passi.

“Non sei obbligato a vivere così” cominciò il monaco, spiegando poi con calma il principio della non violenza al serpente.

Il serpente ascoltò incuriosito, e il monaco si recò diversi giorni a parlare con il serpente, finché quest’ultimo non dichiarò di voler diventare un suo allievo e promise di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Il monaco allora capì di non avere altro da insegnargli, e riprese il suo pellegrinaggio. Il serpente non esitò a cominciare la sua nuova vita, e la prima cosa che fece fu non mordere più nessuno.

Gli abitanti del villaggio, consci degli incontri tra il serpente e il monaco, cominciarono a osservare il comportamento del serpente, e notarono che era cambiato: se qualcuno si avvicinava alla sua tana, ora non veniva più attaccato.

Fu così che gli abitanti, ora sicuri di non venire più morsi dal serpente, cominciarono a cambiare il loro comportamento nei suoi confronti; all’inizio cominciarono a lanciargli terra addosso, poi passarono ai sassi e persino i bambini lo attaccavano con rametti, lasciandogli ferite e graffi su tutto il corpo.

Qualche mese dopo, il monaco tornò nel villaggio, e si fermò a trovare il suo allievo. Quando vide il serpente pieno di ferite, il monaco si stupì molto e gli chiese preoccupato: “Serpente! Cosa ti è successo?”

“Ho seguito i tuoi insegnamenti, e cominciato a vivere secondo il principio della non violenza. E il villaggio ha cominciato a trattarmi così”

“Mio caro allievo” disse il monaco con un sorriso “io ti ho insegnato la non violenza e di non mordere le persone, ma non ho mai detto che non dovessi sibilare”.

La parabola finisce con questa frase, lasciando sottinteso un importante messaggio: vivere secondo la non violenza non significa lasciare che le altre persone si approfittino di noi. Il buddismo si basa sulla compassione: compassione per gli altri, sì, ma anche per se stessi.

Il sibilare qui è visto come un’azione che segna una barriera, che le altre persone non devono oltrepassare: è una barriera per l’autodifesa, che ci protegge dalla violenza altrui.

Se qualcuno si approfitta di noi, non dobbiamo soffrire in silenzio. Possiamo rispondere, senza usare la violenza.

Ad esempio utilizzando una frase come “Stai esagerando” oppure “Questa cosa mi mette a disagio” o ancora “Preferirei che non ti comportassi così nei miei confronti”.

Lo so, queste frasi potrebbero sembrare inutili ed inefficaci, ma mostrano una grande forza di controllo sul sentiero della non violenza, evitando di lasciarsi guidare e sopraffare, dalle emozioni.

Ed avere la consapevolezza di poter scegliere delle soluzioni più logiche e non violente può risultare molto utile per affrontare diverse situazioni quotidiane.

Conclusione

Grazie per essere arrivati fino alla fine di questo episodio del podcast di MyFedesign.

Oggi abbiamo visto il termine “Buat” (บวช), una parola che viene utilizzata quando qualcuno si fa monaco. Questa scelta di vita può essere permanente, ma più spesso si tratta di una vita monacale temporanea, che dovrebbe permettere di sviluppare alcune qualità come pazienza, compassione e capacità di valutare meglio le varie situazioni che si presentano nella quotidianità.

Se vi è piaciuta questa puntata e volete lasciarmi un vostro commento, potete trovare tutti gli episodi sia sul blog myfedesign.com sia nella playlist sul canale YouTube MyFedesign.

E mentre sorseggio il mio ultimo sorso di tè, vi auguro buona giornata e spero di rivedervi anche nella prossima puntata.

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